Le potenze regionali e mondiali hanno ormai compreso da molti decenni che la forza non si misura esclusivamente in un confronto militare, ma in un complesso sistema d’investimenti, comunicazione e valori che s’intendono esportare. È il sistema che negli anni Novanta è stato definito per la prima volta da Joseph Nye come “soft power”, cioè letteralmente quel potere “morbido” che si differenzia dall’hard power per la sua assenza di materialità, di concretezza. Nell’era della globalizzazione, il soft power ha assunto nelle relazioni internazionali un valore per certi versi anche superiore rispetto a quello del potere materiale tradizionale con cui si sono per secoli confrontati gli attori geopolitici più importanti: i mezzi di comunicazione, la credibilità di un Paese, la capacità di esportare il proprio marchio, come un’industria, rappresentano oggi strumenti ben più coercitivi di un potenziale bellico tradizionale. …

To Be Continued

La guerra dell’Arabia Saudita al “soft power” del Qatar

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